a cura della Rivista Italiana Difesa
Una nuova struttura per la NATO data: 17-11-2017 a cura di: Paola Sartori

Di fronte alle sfide che oggi minacciano la sicurezza transatlantica, i 29 Ministri della Difesa dei paesi NATO riuniti a novembre a Bruxelles in occasione dell’ultima ministeriale hanno riconosciuto la necessità di avanzare ulteriormente nel percorso di adattamento dell’Alleanza Atlantica. Tra gli elementi cruciali in questo senso, vi è senz’altro la creazione di una struttura di comando robusta e agile. A tal fine è stata annunciata l’istituzione di 2 nuovi comandi. Il primo si concentrerà sull’Atlantico in modo da garantire la sicurezza delle linee di comunicazione tra l’Europa e il Nord America, mentre il secondo avrà il compito di migliorare lo spostamento di forze militari sul territorio europeo e, più in generale, di rafforzare la funzione logistica nella struttura di comando NATO. Questa proposta, che verrà ulteriormente dettagliata nei prossimi mesi, si inserisce nel più ampio contesto di revisione e adattamento della struttura dell’Alleanza Atlantica che sarà importante oggetto di discussione in occasione del prossimo Summit nel luglio 2018. Per oltre 20 anni dopo la fine della Guerra Fredda, la NATO si è occupata di crisis management fuori dal territorio dei Paesi membri, con una conseguente rimodulazione del proprio paradigma di azione: dalla difesa territoriale con formazioni numerose ed equipaggiamenti pesanti, si è passati ad interventi “fuori area” da condurre con forze altamente proiettabili, basate su unità di numero ridotto ed equipaggiamento più leggero. In questi anni, dunque, deterrenza e difesa, con la relativa pianificazione, esercitazioni, linee di comunicazione e processo decisionale non sono stati elementi centrali nell’agenda NATO, che era impegnata a gestire le varie fasi di crisis management in teatri quali i Balcani e l’Afghanistan. Attualmente, invece, l’evoluzione dello scenario internazionale sta imponendo all’Alleanza Atlantica un percorso di adattamento per riuscire ad assolvere in maniera efficace una duplice missione: gestire la minaccia russa sul fronte orientale e contemporaneamente assicurare un adeguato livello di stabilità su quello meridionale. In questo senso, il 2014 ha rappresentato uno spartiacque significativo con l’annessione manu militari della Crimea ed il conflitto in Donbas, e l’emergere del fenomeno terroristico di ISIS accompagnato da una crescente instabilità sul fronte meridionale. A fronte di queste minacce la NATO è chiamata a difendere il proprio territorio e contemporaneamente a proiettare stabilità, come sancito anche dal vertice di Varsavia nel 2016. In termini politici questo ha portato a riprendere il concetto di deterrenza, divenuto parola chiave all’interno del comunicato finale del vertice. Ma come tradurre questa nozione poi in termini concreti? In primis attraverso un’adeguata credibilità, che, come rilevato nel corso di un seminario svoltosi il 10 novembre presso la sede dell’Istituto Affari Internazionali - in collaborazione con la Public Diplomacy Division NATO – poggia su 3 pilastri fondamentali: coesione politica, capacità militari e comunicazione strategica. Per quanto riguarda il primo punto, l’imminenza delle nuove minacce avrebbe contribuito ad accrescere la solidarietà e l’unità tra gli alleati rispetto a 5 anni fa, e nonostante permangano discussioni intra-alleate relativamente ad alcune questioni - tra cui la suddivisione degli oneri ovvero il burden sharing, il consenso NATO appare solido. In termini di capacità, invece, si riscontra una sostanziale lentezza sia a livello di processo decisionale sia di capacità di muovere truppe sul territorio europeo, da qui, appunto, la decisione di dare vita alla suddetta nuova struttura di comando logistica. Infine, la comunicazione strategica gioca un ruolo importante per garantire una deterrenza efficace e, per questo, è importante assicurare una migliore connessione tra mondo militare e mondo dell’informazione, soprattutto in un contesto caratterizzato da molta “information warfare”. L’intero processo naturalmente richiede un adeguato contributo finanziario, operativo e capacitivo da parte degli stati membri dell’Alleanza, e riporta quindi l’attenzione sulla necessità di un più equo burdensharing, ancora lontano dall’essere raggiunto. Il prossimo anno saranno 8 gli alleati a raggiungere la soglia del 2% del Pil investito in difesa, anche se collettivamente la spesa non aumenterà di molto perché altri Paesi stanno riducendo le proprie risorse. Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, a livello NATO l’80% del budget proverrà da Paesi non UE. Sul lato capacitivo e operativo, tuttavia, alcuni Paesi pur non garantendo una buona performance in termini finanziari rappresentano invece validi contributori. Tra questi, la Germania, ad esempio, investe l’1,3% del proprio Pil, ma dedica le risorse principalmente all’adempimento delle richieste dell’Alleanza. Anche l’Italia, che figura tra gli ultimi 5 Paesi NATO quanto ai investimenti nella difesa, rappresenta invece un alleato affidabile in termini operativi, soprattutto in missioni di stabilizzazione e ricostruzione, per le quali il nostro Paese sta sviluppando una capacità di nicchia, ma anche nel contributo alla difesa e deterrenza sul fronte orientale A fronte del recente attivismo da parte degli alleati membri dell’UE, in particolare con il lancio della Permanent Structured Cooperation (PESCO), sarà interessante vedere come il processo di adattamento dell’Alleanza Atlantica si legherà alle recenti iniziative lanciate a livello europeo. Un’accresciuta cooperazione tra i Paesi UE in ambito difesa potrebbe rappresentare un fattore positivo per la NATO e contribuirne al rafforzamento, sia aumentando gli investimenti europei in difesa sia sviluppando in maniera congiunta nuove capacità non ottenibili a livello nazionale. In particolare, oltre al generico impegno di aumento della spesa, tra i progetti di cooperazione proposti in ambito PESCO figura la questione della mobilità delle truppe all’interno dell’Unione. In questo senso, sarà cruciale garantire un adeguato coordinamento NATO-UE per evitare la concretizzazione dello spauracchio delle 3 “D” – dissociazione della sicurezza europea da quella americana duplicazione non necessaria di strutture, e discriminazione di stati membri della NATO ma non dell’Ue e viceversa, che da sempre caratterizza la relazione tra NATO ed UE. Solo così si potrà fare in modo che la creazione di un’Europa della difesa contribuisca effettivamente a rafforzare la cooperazione con l’Alleanza Atlantica.


Paola Sartori è analista dello IAI (Istituto Affari Internazionali)


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