a cura della Rivista Italiana Difesa
Afghanistan: la situazione sul campo data: 23-10-2017 a cura di: Andrea Mottola

Nelle ultime settimane l’Afghanistan ha subito un sensibile deterioramento della propria sicurezza causato dalla nuova campagna di attacchi effettuati in varie zone del Paese dalla rete talebana, in particolare degli Haqqani, ai danni di contingenti e strutture delle Afghan National Security Forces. A questi attacchi, che rappresentano l’ultima ondata della solita offensiva primaverile, prima della “pausa” invernale, vanno aggiunti quelli effettuati dalla costola del Daesh presente in Afghanistan, il cosiddetto gruppo Khorasan impegnato, nella zona orientale del Paese, in particolare nella provincia di Nangarhar, a combattere tanto le Forze di Sicurezza afghane, quanto le milizie talebane. Queste ultime continuano a guadagnare terreno e, ad oggi, secondo alcune stime effettuate dalla Brookings Institution, controllano più del 45% dell’Afghanistan.

Volendo limitare il periodo d’analisi alle ultime 3 settimane, l’alleanza talebana ha attaccato in diverse occasioni la base aerea di Bagram, riuscendo contemporaneamente a respingere l’attacco dell’Esercito afghano nell’area di Qarghan Tapa (Kunduz) e assumendo il controllo sui distretti Shib Koh (Farah) e Maruf (Kandahar), dove i jihadisti hanno conquistato diversi avamposti delle Forze di Sicurezza, requisendo vari mezzi ed equipaggiamenti tra cui 12 pick-up, 1 APC, 41 fucili AK-47, 11 mitragliatrici medie PKM, una mitragliatrice pesante DShK e 7 RPG. Nella provincia di Farah, di fatto, i Talebani hanno il controllo su 5 distretti (Qala Ka, Khaki Safed, Bala Buluk, Gulistan, e Shib Koh) degli 11 presenti, mentre altri 3 (Bakwa, Pusht Rod, and Anar Dara) sono ancora luogo di aspri scontri che non consentono di stabilirne il “padrone”. Anche a Kandahar, i Talebani controllano 5 dei 18 distretti della provincia (Ghorak, Miyanashin, Registan, Shorabak, e Maruf) e in 4 (Arghastan, Khakrez, Maiwand, and Shahwalikot) proseguono gli scontri con le ANSF. L’ondata peggiore di attacchi, tuttavia, si è verificata tra il 16 ed il 18 ottobre, quando le milizie talebane hanno lanciato una serie di raid quasi contemporanei nel sud, nell’est e nell’ovest del Paese, prendendo di mira compound delle Forze di Polizia ed edifici governativi e causando oltre 120 vittime, molte delle quali militari o membri della Polizia. Il 16 ottobre c’è stato un attacco contro un compound della Polizia afghana a Gardez, capoluogo della provincia di Paktia, ai danni di un edificio che ospita il Quartier Generale provinciale della polizia locale, di quella di confine e di un distaccamento dell’Esercito. Il bilancio è di 21 agenti uccisi, più 20 civili. Il giorno successivo si sono verificati altri 2 episodi molto gravi, a poche ore di distanza tra loro. Il primo è avvenuto nella provincia meridionale di Ghazni, dove in un prolungato attacco contro un compound delle Forze di Sicurezza situato nel distretto di Andar sono morti 25 poliziotti e 5 civili; il secondo attacco ha colpito una sede del governo a Shibko, nella provincia occidentale di Farah, con un bilancio di 3 vittime tra le forze di Polizia. Il 19 ottobre, infine, un raid contro la base dell'Esercito di Chashmo, nel distretto di Maywan (Kandahar), ha causato 47 vittime tra i soldati. In tutti questi casi, il copione è stato lo stesso: utilizzo di HUMVEE e blindati leggeri - sottratti dalle caserme delle ANSF prese d’assalto in precedenti raid - impiegati come VBIED. Quest’ultima ondata di attacchi giunge, peraltro, quasi contemporaneamente all’ultimo incontro dei rappresentanti di Afghanistan, Cina, Pakistan e USA avvenuto in Oman, nell’ambito del Gruppo di Coordinamento Quadrilaterale istituito nel 2015 con l’obiettivo di facilitare i negoziati tra il Governo afghano e i Talebani, ma interrotto all’inizio dello scorso anno all’indomani di un attacco di un drone americano che causò l’uccisione dell’allora leader del gruppo, il Mullah Akhtar Mohammad Mansour in Pakistan.

La risposta delle ANSF si è concentrata sulle province settentrionali di Faryab e Balkh, nel distretto centrale di Chora e sul sudest del Paese dove, il 12/10 sono stati effettuati raid contro alcuni compound e depositi darmi delle milizie talebane nei distretti di Syed Karam, Ahmadabad e Anzarki Kandaw – quest’ultimo a pochissimi chilometri dal confine pakistano – situati nella provincia di Paktia, con l’utilizzo di velivoli A-29 SUPER TUCANO ed elicotteri MD-530F. Anche l’area del Badakshan risulta estremamente calda nelle ultime settimane e, dal 13/10, le Forze di Sicurezza e di Polizia hanno avviato un’operazione su larga scala contro le postazioni talebane presenti nei distretti di Wardooj e Yumgan, dal 2015 roccaforti del gruppo nel nordest del Paese. Caldo anche il fronte anti Khorasan, la costola del “Califfato” presente in Afghanistan, e attualmente composta da 800/1.000 uomini, rispetto ai 3.000 stimati alla fine del 2015. Il 13 ed il 14 sono state effettuate operazioni dell’ANSF a Nangarhar e Kunar che hanno portato all’eliminazione di circa 40 militanti, a cui vanno aggiunte le perdite subite dal Khorasan negli scontri con i Talebani, che proseguono regolarmente nonostante la richiesta di cessate il fuoco del leader di questi ultimi, il Mullah Hebatullah Akhundzada.

Parallelamente alle operazioni delle ANSF proseguono quelle della missione NATO RESOLUTE SUPPORT  e di quella americana FREEDOM’S SENTINEL. In particolare, la campagna aerea effettuata dai velivoli statunitensi sull’Afghanistan ha raggiunto, negli ultimi 2 mesi, livelli mai visti negli ultimi 7 anni, non tanto nel numero di sortite effettuate, quanto nel numero di ordigni impiegati. Secondo i dati divulgati dall’Air Force Central Command – che non includono quelli relativi ai raid effettuati dagli altri velivoli NATO che operano in teatro e dai velivoli (elicotteri e UCAV) appartenenti allo US Army - solo nel mese di agosto e settembre sono stati 1.254 gli ordigni sganciati (503 ad agosto e 751 nel mese di settembre, nuovo “record” settennale dopo i picchi degli 800/1.000 raggiunti ad ottobre/novembre del 2010), a fronte di un numero di missioni che, dai dati disponibili, mostra una curva discendente. In realtà si tratta di un trend che conferma l’andamento degli ultimi 2 anni. Basti pensare che nel 2015 sono state effettuate 5363 missioni, 411 delle quali hanno visto l’impiego di ordigni (7,7%); nel 2016 le sortite sono diminuite a 4.547, con 615 che hanno richiesto il lancio di un’arma (poco meno del 13,6%); al 30 settembre del 2017, infine, le missioni effettuate sono state 2.466, ben 841 delle quali hanno visto l’utilizzo di almeno un ordigno (34,2%). Un risultato agevolato soprattutto dai cambiamenti recentemente annunciati dal Segretario alla Difesa Mattis, riguardanti un “rilassamento” delle Regole d’Ingaggio. Nello specifico, ora viene concessa ai comandanti sul campo una maggior autorità decisionale, in particolare quella di poter colpire i Talebani anche in casi diversi da quelli legati all’autodifesa, alla protezione di strutture civili, o nei casi di aiuto alle truppe locali, stabilite dalla precedente amministrazione, che aveva anche posto limiti geografici a qualsiasi tipo di azione (era necessario uno “stretto contatto o una marcata vicinanza” tra truppe americane e militanti Talebani per effettuare azioni quasi esclusivamente difensive). Secondo le nuove regole, possono essere richieste ed effettuate azioni aeree offensive anche contro postazioni nemiche distanti ed attacchi d’interdizione contro i cosiddetti “bersagli d’opportunità”, applicando le regole d’ingaggio già previste nei casi di obiettivi appartenenti ad Al-Qaeda ed al Khorasan. A questo rilassamento delle regole d’ingaggio va aggiunta la decisione di inviare altri 3.800 soldati e di incrementare di alcune unità il dispositivo aereo presente in teatro, nonché quella di integrare gli advisor statunitensi di Livello 1 (lavoro di advisoring/mentoring effettuato con “embedding” su base continua con le unità afghane)  anche ai minori livelli ordinativi delle Forze di Sicurezza, al fine di incrementarne efficienza e capacità operative, con queste ultime che risultano ancora troppo dipendenti dall’assistenza occidentale. Tali decisioni fanno seguito alle dichiarazioni del Presidente Trump, riguardanti un nuova e più risoluta strategia volta al contrasto dei gruppi estremisti presenti nel Paese, annunciata proprio in concomitanza con il 16° anniversario della presenza delle forze americane nel pantano afghano. Tornando all’incremento di velivoli e truppe, dalla fine di agosto altri 6 cacciF-16 giunti da Aviano – che si aggiungono ai 12 già presenti appartenenti al 555° Expeditionary Fighter Squadron - sono stati rischierati sulla base di Bagram, un rischieramento che, in realtà, era stato deciso precedentemente all’annuncio della nuova strategia prospettata da Trump per il conflitto afghano. A Kandahar, inoltre, sono state rischierate a tempo indeterminato 6 aerocisterne provenienti da Al-Udeid, aerei che tornano in teatro su base semipermanente per la prima volta negli ultimi 5 anni, mentre un paio di bombardieri B-52 sono stati assegnati al teatro aghano, pur continuando ad operare dal Qatar. Parallelamente all’incremento degli assetti aerei prosegue quello delle truppe terrestri. Altri 3.800 soldati americani si aggiungeranno agli 11.000 già presenti (circa 7.000 impegnati nella missione NATO RESOLUTE SUPPORT e i restanti schierati nell’ambito dell’Operazione antiterrorismo FREEDOM’S SENTINEL), con la stragrande maggioranza dei quali destinata, con ogni probabilità, ai 6 Comandi responsabili delle missioni TAA (Train, Advise, Assist), mentre il resto verrà impiegato nelle operazioni della FREEDOM’S SENTINEL. Non si conosce con esattezza la composizione del nuovo contingente, ma è verosimile ritenere che una porzione non indifferente sarà probabilmente costituita da forze aviotrasportate – 1.000/1.500 uomini della 1ª Brigata dell’82ª Divisione, che si aggiungono ai soldati della stessa unità che costituiscono la componente principale della Task Force Southwest, e unità appartenenti alla 4ª Brigata aviotrasportata della 25ª Divisione di Fanteria dello US Army di stanza in Alaska - e da distaccamenti di unità d’artiglieria dei Marines. Si tratta, tuttavia, di un contingente ancora troppo scarso (nonostante la contemporanea presenza di circa 20.000 contractors privati) e, sebbene un maggiore utilizzo dell’Airpower possa contribuire in modo determinante a frenare l’offensiva talebana e a consolidare le difese delle ANSF, da solo non basta a garantire una qualche forma di vittoria, tenuto conto che nei conflitti COIN sono le truppe di terra a determinarne l’esito. Peraltro, una strategia che implichi un semplice incremento nell’utilizzo di assetti aerei in missioni d’attacco, interdizione e supporto aereo ravvicinato, accompagnato da un rilassamento delle regole d’ingaggio, rappresenta un grosso rischio in termini di potenziale aumento delle vittime civili, situazione che i Talebani potrebbero sfruttare per ottenere maggior supporto dalla popolazione.


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