a cura della Rivista Italiana Difesa
La minaccia del jihadismo nei Balcani data: 17-03-2017 a cura di: Andrea Mottola

Il 16 marzo si è svolta alla Camera la conferenza sulla “minaccia della radicalizzazione jihadista nei Balcani: una sfida per la sicurezza europea”, promossa dalla Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO, in collaborazione con il Centro studi internazionali (Ce.S.I) del Presidente dell’Istituto, Andrea Margelletti, che ha moderato la discussione. La conferenza è stata aperta dal saluto dell’On. Paolo Alli, Presidente Assemblea parlamentare NATO, e dall’intervento di Paolo Scotto di Castelbianco, Direttore della Scuola del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza. Il primo, nel suo breve intervento, ha evidenziato come da anni quella dei Balcani rappresenta una regione troppo spesso trascurata, nonostante il suo ruolo sempre più definito di “hub del terrorismo”. L’impegno della NATO deve essere quello di non far sentire soli i paesi membri confinanti con quella regione, favorendone l’inclusione nell’Alleanza”, come peraltro è avvenuto in passato con Albania, Croazia e Slovenia e sta avvenendo con il Montenegro. Il Direttore della Scuola del DIS, ha sottolineato che, per l’eccessiva attenzione che ultimamente viene data al teatro mediorientale e nordafricano, “spesso si dimenticano i Balcani, in cui la minaccia della radicalizzazione è molto seria”. E, nel trend che nel 2016 ha visto un decremento dei flussi verso il Siraq, anche a causa della perdita di terreno ed “appeal” di Daesh, i Balcani sono passati dall’essere semplice “hub di reclutamento a rifugio per i combattenti di rientro dai campi di battaglia” siriani, iracheni e libici, che in tale area dispongono di network di supporto logistico molto strutturati e difficilmente identificabili. Alla conferenza hanno partecipato anche accademici provenienti dai paesi della regione balcanica che con i loro interventi hanno contribuito notevolmente ad avere una fotografia più chiara della situazione dei singoli paesi. Il Prof. Dragan Simeunovic, Direttore dell’Accademia di Sicurezza Nazionale di Belgrado, ha parlato della radicalizzazione islamica in Serbia e la minaccia che ciò rappresenta a livello europeo. Secondo i dati di Simeunovic, in Serbia esistono “diverse decine di organizzazioni estremiste islamiche e oltre 1.500 wahabiti (28 dei quali partiti per il Siraq), concentrati soprattutto nei villaggi della Serbia meridionale, molti dei quali dediti al traffico di stupefacenti ed attività criminali per l’acquisto di armi”. Simeunovic ha poi parlato di un problema comune nell’area, riguardante le molte ONG “sospettate di aver contribuito a diffondere l’interpretazione del wahabismo islamista”. Altro elemento interessante, l’aumento nei reclutamenti tra la popolazione Rom (circa 500.000 in Serbia) molti dei quali di fede islamica e facilmente reclutabili per la loro condizione economica e sociale. Il Prof. Sead Turcalo, docente dell’Università di Sarajevo, ha parlato del fenomeno dei “foreign fighters” bosniaci e dei motivi della conversione al salafismo dei musulmani tradizionali, dovuto fondamentalmente alla “guerra nei Balcani che ha avuto un effetto devastante favorendo l’arrivo, tra 1992 e 1995, di tanti mujaheddin sui campi di battaglia bosniaci che hanno fatto attecchire il radicalismo dove prima prosperava un Islam moderato. Il numero di bosniaci radicalisti è aumentato lentamente ma costantemente negli ultimi 20 anni, grazie ad organizzazioni che promuovono il salafismo andando a riempire i vuoti lasciati dai servizi pubblici – spesso corrotti e pervasi da nepotismo - tramite la creazione di strutture istruttive/educative e sanitarie/mediche parallele”. Secondo i dati di Turcalo, “il numero di militanti salafisti in Bosnia è superiore ai 3.000, tutti ben organizzati, finanziati dagli stati del Golfo, ben coordinati nell’attività di proselitismo e diffusione dell’ideologia” (anche in questo caso tramite ONG che organizzano corsi e borse di studio per l’Arabia Saudita che separano i giovani dalle proprie famiglie, favorendone la radicalizzazione). Altro elemento interessante quello della mancanza dell’intelligence sharing evidenziato dal Prof. Florian Qehaja, Direttore del Kosovar Centre for Security Studies, il quale ha sottolineato come “l’assenza del Kosovo all’interno dell’Interpol, non consente di beneficiare della condivisione delle informazioni tra le agenzie di sicurezza di altri paesi nell’identificazione dei soggetti più pericolosi. Altro problema comune a tutti i paesi della regione – e non solo – quello degli “imam che si formano in scuole ultraconservatrici e che rientrano in Kosovo contribuendo ad aumentare la radicalizzazione tramite l’utilizzo di narrative non solo tipicamente islamiche, ma anche laiche” (es. mancanza di lavoro). La Prof.ssa Gerta Zaimi, del Centro per gli Studi Strategici Imprenditoriali e Internazionali dell’Università di Firenze, ha evidenziato numeri interessanti che aiutano a comprendere il trend dei foreign fighters: Albania 115 combattenti, almeno 30 ancora in combattimento, con età media alta 20-45 anni, il 40% dei quali già con precedenti penali; Kosovo 340 combattenti – di cui 1/3 rappresentato da donne - con fascia d’età 20-35 anni; Macedonia circa 100 combattenti, 70% dei quali con precedenti, tra 18-50 anni. Presenti alla conferenza anche il Comandante del Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri Gen. Giuseppe Governale ed il Comandante della Missione NATO KFOR, Gen. Giovanni Fungo. Il primo ha affrontato il problema del jihadismo balcanico per l’Italia dove è numerosa la presenza di cittadini balcanici dalla fine degli anni ’90. Governale ha evidenziato come “il punto di riferimento dell’attività di reclutamento, oggi come allora, è rappresentato dal Centro Culturale Islamico di Milano, con attività connesse anche nel nordest italiano”. Tuttavia, il Comandante del ROS ha citato diversi ed interessanti esempi di arresti che dimostrano come il Reparto sia estremamente preparato alle attività di HUMINT e di monitoraggio del web - in particolare del “deep web” – elementi imprescindibili per la lotta a questo tipo di minacce. Il Gen. Fungo, invece, ha confermato che “il Kosovo rappresenta un’area di reclutamento e logistica del radicalismo islamico. Un paese dove ben 5 imam sono stati condannati per estremismo religioso e dove 50 foreign fighters, arrestati negli ultimi anni, sono prossimi al rilascio (metà 2017) per aver scontato la pena, anche se ciò non ha necessariamente comportato una loro deradicalizzazione”. Fungo ha aggiunto che, pur essendo compito primario della missione “la protezione della popolazione locale, KFOR svolge la funzione di sensore avanzato nella costante attività di individuazione delle attività terroristiche e di monitoraggio dei foreign fighters che in Kosovo trovano grande facilità nell’approvvigionamento di armi (più di 150.000 le armi da guerra non registrate)”. La conclusione dei lavori è stata affidata all’On. Manciulli, Presidente della Delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare della Nato, il quale, affrontando il tema della minaccia jihadista proveniente dai Balcani, ha sottolineato come sia fondamentale che il fenomeno sia “impossibile da combattere da soli” e che vada contrastato tramite un’unione di intenti tra paesi NATO ed UE, istituzioni ancora pervase da “disomogeneità pratica e legislativa, sia repressiva che preventiva, nella lotta al terrorismo”. “L’Italia – ha aggiunto Manciulli – deve smettere di trascurare la questione balcanica, pensando che l’unico terrorismo è quello “dei barconi” e deve battersi affinché le comunità balcaniche e i paesi di quella regione partecipino fianco a fianco alla lotta al terrorismo. In tal senso va letta la scelta di Sarajevo quale prossima sede della riunione del gruppo speciale NATO”.


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