a cura della Rivista Italiana Difesa
Risiko navale nel Mar Cinese Meridionale data: 08-03-2017 a cura di: Giuliano Da Frč

La “prima volta” del neo Presidente americano Donald Trump riaccende la tensione nel Mar Cinese Meridionale, e rilancia il riarmo navale nel sud-est asiatico. La notizia che la seconda portaerei cinese (e la prima ad essere realizzata localmente) è prossima al varo, riportata anche su queste colonne, non è probabilmente uscita a caso. Da oltre 2 settimane, infatti, il gruppo da battaglia americano Carrier Strike Group-1 incentrato sulla portaerei a propulsione nucleare VINSON (e comprendente il caccia WAYNE MAYER, tipo BURKE-Flight 2A, ma del lotto già armato col nuovo cannone da 127/62 mm), incrocia nel Mar Cinese Meridionale. Ossia la regione marittima che Pechino considera “giardino di casa”, e che in attesa di poter schierare i previsti 4 gruppi da battaglia basati sulle 2 portaerei Type-001A in configurazione CATOBAR, e sulle 2 Type-002, quasi delle super-carrier nucleari (la LIAONING verosimilmente sarà destinata a fingere da nave addestrativa, e ammiraglia delle forze di riserva), ha fortificato trasformando alcune delle isole dell’Arcipelago delle Spratly in portaerei fisse, ampliate artificialmente e munite di radar, cannoni automatici, missili antiaerei e antinave anche a lunga portata. La missione della VINSON non è certo una novità: per Washington ribadisce il tradizionale concetto di libera navigazione sui mari, e la negazione della sovranità cinese sulle isole contese. Ma il ridispiegamento della VINSON arriva dopo le dichiarazioni sparate da Trump contro Pechino, e proprio mentre la Cina si trova fra l’incudine di una crescita economica più fragile del previsto, con conseguenti tensioni sociali, e il martello del risorgente nazionalismo. E così l’arrivo della VINSON in acque contese rinfocola le polemiche, con il Governo cinese che ha subito sollecitato gli Stati Uniti “ad astenersi dallo sfidare la sovranità e la sicurezza della Cina, ed a rispettare gli sforzi dei Paesi rivieraschi per mantenere la pace e la stabilità nel Mar Cinese Meridionale”. Nel frattempo, ai toni diplomatici Pechino alterna l’accelerazione dei suoi programmi navali, con la cartina di tornasole rappresentata dal rapido avanzamento dei lavori sulla prima “portaerei fai da te”, e dall’accrescersi altrettanto rapido delle altre componenti di naviglio moderno, con un occhio particolare a cacciatorpediniere antiaerei e fregate multiruolo. Ma questo Risiko navale sino-americano si allarga anche ad altri player regionali. E così, mentre se a sud-ovest il rivale strategico per eccellenza della Cina, l’India, si appresta a immettere in servizio a propria volta la sua prima portaerei domestica, la VIKRANT, mandando definitivamente in pensione la vecchia VIRAAT (l’ex HERMES inglese, in riserva dal luglio 2016), a nord est anche la rivalità con il Giappone torna a scaldarsi. Tanto che fonti ufficiose nipponiche hanno svelato la volontà del Governo (di matrice nazionalista e conservatrice) guidato da Shinzo Abe, di accelerare la costruzione di nuove navi di superficie. Nei piani di espansione varati nel 2013 dalla JMSDF (Japan Maritime Self Dfence Force), che già comportano un incremento di un terzo della forza subacquea, è infatti previsto che la flotta d’altura sia formata da 54 unità. Tolti i 4 grandi DDH classe HYUGA e IZUMO (col KAGA, che peraltro porta il nome di una delle letali portaerei dell’Ammiraglio Yamamoto, in consegna proprio entro marzo) e i DDG-AEGIS tipo “KONGO-ATAGO” (6 unità in servizio e 4 in consegna entro il 2025), metà delle unità multiruolo e di scorta è formata da naviglio costruito tra 1979 e 1993. Al momento è iniziata la costruzione dei caccia classe ASAHI, miglioramento degli AKIZUKI del 2012-2014, con 2 unità in cantiere e un’esigenza di 8 esemplari, da impostare al ritmo di uno l’anno. Troppo poco per assicurare “quota 54” sostituendo le unità più anziane. Pertanto si punterebbe ad accelerare la costruzione di una nuova classe di 8 escort-destroyer da 3.000 t, prevista dal 2021, impostando i primi 2 già nell’anno fiscale 2018, e procedendo al ritmo di 2 l’anno.


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