a cura della Rivista Italiana Difesa
Competizione in Artico data: 29-04-2014 a cura di: Leonardo Parigi

Se le attenzioni pubbliche sono oggi puntate sull’Ucraina e sul Medio Oriente, esiste un luogo remoto dove, non solo si stanno giocando importanti scenari per il futuro economico e strategico globale, ma sta avanzando addirittura un nuovo paradigma della forme di potere. La regione artica, (e non solo il Polo Nord) rappresenta oggi una scacchiera sofisticata dove si intrecciano interessi nazionali e generali, le economie di giganti come Stati Uniti e Russia insieme a quelli di piccoli “grandi” come la Danimarca e dove la partita geopolitica non può essere decisa dalla storia o dai confini naturali. Ai confini del Mediterraneo la questione artica è monitorata soltanto da chi ha interessi reali nello scioglimento progressivo dei ghiacci e nella conseguente apertura dei mari e delle risorse (immense) custodite sotto il ghiaccio artico. Ma cambiando latitudine, il livello di attenzione, nei confronti di quello che si preannuncia un teatro non secondario per la geopolitica e l’economia mondiale, è ben diverso.

            I 5 principali Stati costieri dell’Artico (Stati Uniti, Canada, Danimarca, Norvegia e Russia) non rappresentano, certamente, gli unici attori interessati agli sviluppi che si possono aprire nel corso dei prossimi anni. Se Stati Uniti e Russia, infatti, giocano in autonomia questa partita, lo stesso non si può dire per un Paese come la Danimarca. Infatti, da un lato essa persegue i propri interessi politici ed economici, ma dall’altro la monarchia di Copenhagen deve rispondere all’Unione Europea. Nel corso delle ultime settimane, Putin ha promesso di intensificare la presenza militare russa nella regione, in risposta all’interesse manifestato dal Canada sul Polo Nord. È chiaro da subito che non esistono, in questo caso, limiti di sorta a livello legale, se non un rimando alla Convenzione ONU sul Diritto del Mare del 1982, che descrive i possibili scenari per quanto riguarda le piattaforme continentali. Nello specifico, essa consente di dichiarare una Zona Economica Esclusiva di 200 miglia entro le quali lo stato costiero può rivendicare diritti di sfruttamento. Si può estendere la propria piattaforma fino a 350 miglia se si riesce a dimostrare che il proprio margine continentale si prolunga oltre le 200 miglia, cosa che il Canada sta cercando di promuovere presso la sede di New York proprio in queste settimane.

Mosca ha deciso di creare, entro il 2015, un nuovo comando strategico regionale, che comprenderà la Flotta del Nord, le brigate di fanteria, le forze aeree e le unità di difesa aerea. Il Comando Strategico della Flotta Unificata del Nord – questo il ridondante nome dato alla struttura – avrà il compito principale di proteggere le compagnie di trivellazione e le rotte mercantili, oltre alla difesa dei confini. Già, ma quali confini? Perché la partita sull’Artico si gioca principalmente su due fronti. Se da una parte l’Artico rappresenta l’ultima fetta di pianeta da accaparrarsi, in un’ottica di terra nullius, è pur vero che le proibitive condizioni meteo suggeriscono di utilizzare principalmente strutture militari tecnologicamente avanzate per il posizionamento delle basi. L’altro aspetto ha un carattere essenzialmente economico.

Lo scioglimento progressivo dei ghiacci potrebbe aprire definitivamente il famoso “Passaggio a Nord Est” per le flotte mercantili, su cui la Russia potrebbe imporre dazi, o comunque cercare di influire in qualche modo. Inoltre, la regione nasconde, sotto metri di ghiaccio, giacimenti di metalli e combustibile impressionanti. L’American Geological Survey stimava, nel 2008, che le riserve di petrolio contenute nella piattaforma continentale artica fossero pari al 25% delle riserve totali mondiali. I punti principali del programma russo per la protezione dell’area sono: rendere operativo il radar di early warning in dispiegamento presso la città di Vorkuta; riapertura dei siti militari nelle isole della Nuova Siberia; ripristino di almeno 7 piste d’atterraggio nell’area. In attesa che tutto ciò avvenga, il Cremlino ha già dispiegato nell’area un contingente navale guidato dall’incrociatore nucleare PYOTR VELIKY insieme a 2 unità da sbarco classe ROPUCHA. Per finanziare il progetto la Russia ha previsto, entro il 2020, lo stanziamento di almeno 63 miliardi di dollari, metà dei quali saranno a carico delle compagnie private impegnate nello sfruttamento dei giacimenti. Lo scorso dicembre, inoltre, Mosca ha annunciato l’aggiornamento dei suoi elicotteri da trasporto tattico Mil Mi-8 Hip per le operazioni artiche, con un upgrading del motore, l’installazione di un generatore elettrico ausiliare e di pattini per l’atterraggio sulla neve.

Ma fino a che punto l’interesse per l’Artico può dirsi economico, sono gli esperti a dirlo. Stando agli ultimi rilevamenti dell’IPCC, infatti, nonostante il progressivo scioglimento, i ghiacci del Polo Nord non dovrebbero consentire agli interessati di accedere così facilmente come si pensa alle sue risorse. Vedendo la questione da questo punto di vista, quindi, l’Artico rimane, ad oggi, un’operazione di politica interna per tutti i Paesi costieri, camuffata da opportunità. Esistono già alcuni organismi di controllo e di cooperazione per la sicurezza regionale, tra cui il Consiglio Artico, il “Barents Euro-Arctic Council” e “The Northern Dimension”, anche se le attività sono limitate a discussioni periodiche sull’importanza ambientale della regione e su circoscritti esempi di pericolo.

Il 2011 è stato un anno importante per la Danimarca in quest’ottica, data la pubblicazione di un Libro Bianco congiunto tra il Ministero della Difesa e quello degli Esteri, nominato “Strategy for the Arctic 2011-2020”. Oltre alle rivendicazioni sui giacimenti e sulle risorse artiche, infatti, dal documento si evinceva chiaramente che Copenhagen non era disposta a cedere di un millimetro dalle proprie postazioni, ma che anzi, prevedeva l’invio di velivoli da pattugliamento Bombardier CHALLENGER CL-604, fregate e rompighiaccio, oltre alla nave spia SIRIUS PATROL.

Una terra assolutamente inospitale come la Groenlandia, inoltre, potrebbe diventare il perno su cui Stati Uniti e Danimarca costruiranno la propria strategia militare. All’inizio degli anni ’60 Washington aveva costruito a Thule un sistema radar di intercettamento missili e, nel corso dei decenni successivi, la base di Thule, sede dell’821° Air Base Group, ha impiegato personale civile e militare di Canada, Stati Uniti e Danimarca.

Per quanto riguarda il Canada, lo scorso dicembre il Premier Stephen Harper aveva dato mandato al Governo di presentare alla Commissione ONU sui limiti della piattaforma continentale una richiesta formale per l’estensione dei propri confini settentrionali, includendo il Polo Nord. A livello militare, Ottawa ha creato, negli ultimi anni, una nuova base nella Resolute Bay, sede della futura Arctic Patrol che sarà responsabile del pattugliamento della regione. L’Arctic Patrol canadese consisterà in 8 unità navali, oltre ad alcuni elicotteri CH-149 CORMORANT e CH-148 CYCLONE.

La posizione statunitense rimane ancora defilata, anche in virtù del fatto che Washington non ha mai ratificato la Convenzione ONU del 1982. Ciononostante, l’invio di alcune unità della Guardia Costiera, coordinate da un team dell’Università del New Hamsphire per la mappatura sottomarina dell’area, suggerisce che gli Stati Uniti non vogliano restare in disparte, tanto più che la sfida maggiore per l’amministrazione Obama è quella di proseguire nella strada dell’indipendenza energetica entro il prossimo quindicennio. Strada per cui l’Artico rappresenta un vero El Dorado.

 


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