a cura della Rivista Italiana Difesa
Osservatorio Geopolitico data: 24-04-2014 a cura di: Ce.S.I.

Nell’ultimo mese, la crisi siriana ha continuato ad occupare i titoli delle cronache e delle agende politiche internazionali, soprattutto a causa di due fattori: il proseguimento dell’offensiva lealista nel sud del paese e i primi accenni di un ritrovato protagonismo turco nell’intricato scacchiere di Damasco. Per quanto riguarda il primo punto, l’Esercito siriano ha consolidato il controllo delle alture di Qalamoun, rilievi montuosi al confine meridionale tra Siria e Libano, fondamentali per il controllo della valle della Bekaa e per le vie di approvvigionamento di armi ed equipaggiamenti. Il successo dei lealisti ha senz’altro allarmato il governo israeliano, obbligato a colpire convogli e avamposti di Hezbollah affinché il traffico di armi non determini una modifica sostanziale nelle capacità militari del “Partito di Dio” tali da mettere a repentaglio la propria sicurezza. Inoltre, per Tel Aviv giungono nuove preoccupazioni dal fronte palestinese, dove la Jihad Islamica e Hamas, nel tentativo di prevalere l’una sull’altra nel proprio scenario interno, hanno effettuato un massiccio lancio di razzi verso il territorio israeliano. Infatti, per le due organizzazioni terroristiche palestinesi appare indispensabile mostrare i muscoli contro Israele per attirare il sostegno della popolazione locale ed imporsi quale forza egemone. Al momento, Hamas sembra in difficoltà nei confronti della Jihad Islamica Palestinese, soprattutto a causa del maggior supporto logistico e politico che quest’ultima ha ottenuto ultimatamente dall’Iran.

La presa delle alture di Qalamoun ha spinto  “Joint Operations Room”, organizzazione jihadista siriana composta da al-Nusra, Ansar al-Sham e Sham al-Islam, ad attaccare l’area di Latakia, roccaforte alauita, nel tentativo di prendere il villaggio di  Kassab e assicurarsi un corridoio per i rifornimenti dalla Turchia.  In questo senso, il governo di Ankara potrebbe modificare il proprio atteggiamento nei confronti della crisi, aprendo alla possibilità di un coinvolgimento maggiore e non soltanto limitato alla “protezione” dei ribelli in fuga sul proprio territorio. Infatti, l’Aereonautica turca, abbattendo un Mig-29 siriano che aveva violato il suo spazio aereo per inseguire un gruppo di miliziani anti-Assad, ha ribadito l’assertività di Erdogan nei cofronti di Damasco. Inoltre, con l’avvicinarsi dell’importante appuntamento elettorale delle presidenziali, Ankara  potrebbe utilizzare la crisi siriana come argomento per rilanciare le azioni di Erdogan, in preoccupante ribasso dopo gli scandali legati ai gulenisti e le proteste sulla censura dei social network.

Volgendo lo sguardo all’Asia, l’Afghanistan ha affrontato le seconde, difficili elezioni della sua storia più recente, decisive per la designazione dell’erede di Karzai. Benché i primi dati lascino prospettare un duello tra i due pashtun Abdullah e Ghani, la prudenza è d’obbligo, soprattutto perché alleanze dell’ultim’ora potrebbero sconvolgere il quadro sin ora delineatosi nel paese. In ogni caso, qualsiasi sia il candidato vincente, lo aspetta il fardello dell’insorgenza talebana e dell’incertezza legata alle modalità e alle forme del ritiro della forze occidentali dal paese.

Infine, una grande novità è emersa in Estremo Oriente, precisamente in Giappone, dove il nuovo corso di Shinzo Abe appare sempre più orientato al pieno ritorno di Tokyo quale potenza economica e militare mondiale. Infatti, il governo ha approvato le nuove linee guida sull'export militare, già enunciate nel dicembre 2013, che andranno a modificare il divieto di esportazione in vigore da oltre 50 anni. Si tratta di una decisione dal profondo significato economico e politico, poiché maturata in pieno accordo con gli Stati Uniti e chiaramente rivolta ad un rafforzamento giapponese funzionale al contenimento delle ambizioni regionali cinesi.




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