Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima Mattis: ultimatum agli alleati 16-02-2017

Il Segretario alla Difesa americano Mattis ha posto un chiaro ultimatum agli alleati della NATO per redarre un piano entro l'anno contenente scadenze precise e misure da prendere per rispettare gli impegni chiesti dalla NATO negli ultimi vertici del Galles e di Varsavia. In pratica, l'Amministrazione Trump vuole che entro la fine del 2017 gli alleati mettano nero su bianco un piano contenente misure precise e scadenze su come aumentare la spesa militare verso l'obbiettivo del 2% sul PIL, secondo quanto richiesto da 2 anni dalla stessa NATO. Altrimenti, gli Americani potrebbero ridurre il loro impegno nell'Alleanza Atlantica, soprattutto verso gli alleati più riluttanti. Lo si apprende leggendo un documento fatto circolare dalla delegazione americana durante la Ministeriale dei Ministri della Difesa in corso a Bruxelles. Il documento, che inizialmente doveva restare riservato, è stato poi reso pubblico e distribuito alla stampa.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima La NATO guarda a sud con Napoli e Solbiate 15-02-2017

Sono iniziati i lavori del vertice dei ministri della Difesa, con la proposta italiana – e del “southern quartet” – subito al vaglio. Questa mattina il Ministro della Difesa Roberta Pinotti ha ribadito la posizione italiana e l’impegno del nostro Paese perchè l’Alleanza intensifichi ancor di più le proprie attività per il fronte meridionale: "l'Italia si è molto impegnata per portare il suo punto di vista in primo piano, mi sono spesa molto per ribadire la necessità di un maggiore impegno dell'Alleanza a sud." 

a cura di Marco Giulio Barone
anteprima La Ministeriale NATO della Difesa 14-02-2017

La riunione dei Ministri della Difesa della NATO, che si terrà domani a Bruxelles, ha come tema principale i passi avanti dell’Alleanza sull’agenda scaturita dal vertice di Varsavia del 2016, con particolare attenzione all’incremento delle spese per la Difesa in Europa. Ma in discussione ci sono anche le richieste avanzate dai paesi del sud Europa per un maggiore impegno dell’Alleanza sul fronte meridionale. Argomento, quest’ultimo, che sta particolarmente a cuore all’Italia. Il tema dell’aumento delle spese per la Difesa verrà affrontato estensivamente. La necessità di spendere di più è stata evidenziata fin dal 2014, ma da allora i miglioramenti sono stati minimali. I Paesi membri si sono impegnati a spendere perlomeno il 2% del loro PIL entro il 2024, ma nella realtà si è ancora distanti dall’obiettivo, con le eccezioni di Gran Bretagna, Estonia, Polonia e Grecia. Nel 2016 il budget complessivo dell’Alleanza è salito del 3,8%, circa 10 miliardi di dollari in più. Un risultato significativo in valore assoluto, ma di molto inferiore alle aspettative. Il dato positivo è che la stragrande maggioranza dei membri ha evitato ulteriori tagli, ma diversi paesi riscontrano ancora serie difficoltà a rispettare gli impegni presi ed a spendere di più. Un tema a parte sarebbe la necessità di spendere meglio e dedicare più risorse all’investimento, molto sentito, ma che per il momento non sembra verrà affrontato in questa sede. A questo filone centrale si aggiungono alcuni “focus” geografici di rilievo. Nell’ambito del “southern quartet”, gruppo di lavoro esistente dal 2012 e che si occupa di coordinare le politiche di difesa dei paesi dell’Europa meridionale, Italia, Francia, Portogallo e Spagna hanno inoltrato una lettera comune al Segretario Generale Stoltenberg nella quale chiedono che le minacce che provengono da sud vengano adeguatamente valutate. I Paesi meridionali chiedono che siano potenziate le capacità di prevenzione e risposta alle continue crisi che riguardano il Nordafrica e il Medio Oriente. Come RID ha già riportato in dettaglio, l’Italia è pronta ad assumere un ruolo di primo piano con la proposta di rafforzare il NATO Joint Forces Command di Napoli in funzione di “hub” per il fianco sud NATO e mettere a disposizione il comando di Solbiate-Olona (NRDC-It) e un altro comando a livello di divisione. Le minacce cui questi comandi dovrebbero rispondere sono fluide e mutevoli, e per questo meno evidenti della minaccia russa per i Paesi orientali, ma non meno rilevanti. Si tratta in primo luogo dei fenomeni terroristici (Stato Islamico, Al-Qaeda, safe havens e attori non statali in genere) che continuano a svilupparsi negli stati falliti e/o in crisi, Libia e Siria in primis, e delle migrazioni di massa, conseguenza della grande crisi che interessa il Meditarraneo a partire dal 2011, che mettono a dura prova le capacità di ricezione e di gestione dei Paesi più esposti. La lotta al terrorismo e, in genere, alle minacce asimmetriche allinea parzialmente i Paesi meridionali alla visione di Trump su quale sia il core business della NATO. Almeno sulla carta e comunque con modalità da stabilire. Per contro, infatti, 3 dei 4 paesi sottoscrittori (Italia, Spagna e Portogallo) sono tra quelli che fanno più fatica a garantire il “fair burden sharing” che invece l’amministrazione Trump considera imprescindibile. Quindi, la ministeriale in corso fungerà anche da termometro sulle effettive intenzioni statunitensi e come queste si traducano in termini politici nei confronti dei Paesi della NATO. In aggiunta alle richieste dei Paesi sudoccidentali, i Paesi sudorientali (Bulgaria, Romania e Turchia in primis), chiedono a loro volta una presenza tangibile sul Mar Nero, sulla scia della Enhanced Forward Presence, che si aggiunga alle attività periodiche dei NATO standing maritime groups. Rimanendo sul Mar Nero, il summit si chiuderà con la riunione della NATO-Georgia Commission, nella quale verranno discussi ulteriori passi per l’avvicinamento politico della Georgia all’Alleanza. Nel corso dei lavori preparatori, il Segretario Generale Stoltenberg ha sottolineato che il focus sul fronte meridionale – così come l’attenzione ai membri orientali – non rappresenta una regionalizzazione dell’Alleanza. Nelle intenzioni, la NATO dovrebbe invece ragionare tenendo presente l’intero spettro delle minacce e quindi provvedere una risposta specifica a ciascuna di esse. Qualunque iniziativa venisse approvata per il Mediterraneo, quindi, dovrebbe essere letta come complementare all’impegno ad est e non in competizione. I dettagli di come ciò dovrebbe avvenire non sono stati ancora definiti e le discussioni in merito cominceranno, appunto, da domani, per definire una possibile agenda e i lavori preparatori per la sua implementazione.

a cura di Marco Giulio Barone
anteprima Trump crea opportunità: si scalda il Donbass 02-02-2017

Negli ultimi giorni la situazione nel Donbass sta vivendo una pericolosa escalation. Anche oggi si sono registrati scontri ed intensi scambi di artiglieria e fuoco di armi pesanti. L’epicentro è sempre l’area di Adveevka, soprattutto l’area industriale, in mano ai governativi, nei pressi di Donetsk, ma è tutto il fronte lungo la linea di cessate il fuoco che si sta surriscaldando con decine di morti, anche civili, da entrambe le parti. Ad Adveevka, la posta in gioco riguarda il controllo di un’area che adesso permette ai governativi di tenere sotto tiro i sobborghi settentrionali di Donetsk e che costringe le forze separatiste (nella foto il leader della Repubblica Popolare di Donetsk, Alexander Zakharchenko) a spendere parecchie risorse sulla difensiva. Se i governativi dovessero perdere l'area industriale

a cura di Pietro Batacchi
anteprima Yemen: il Vietnam delle petro-monarchie 25-01-2017

A poco meno di 2 anni dall’intervento della coalizione a guida saudita nel conflitto in corso dal 2014 nello Yemen (e con un bilancio di 20.000 morti stimato per difetto), il tormentato Paese si sta trasformando da antica Arabia Felix in un Vietnam in salsa araba. Per la verità, la regione tanto “felix” non lo era più da tempo. La nascita dello Yemen moderno, la sua iniziale divisione, e poi la ricomposizione avvenuta nel 1990, sono passaggi scanditi da una dozzina di confitti interni (il primo risalente al 1948), per non parlare di quelli combattuti con Arabia Saudita, Egitto ed Eritrea. L’ultima crisi, innescata nel 2011 dalla Primavera Araba, dal 2014 ha, come in un caleidoscopio impazzito, ricombinato tutte le tensioni latenti dopo la riunificazione del 1990. Nella nuova guerra civile sono così finiti i precedenti conflitti con la minoranza Houthi del nord

a cura di Giuliano Da Frè
anteprima America First. La versione di Trump. 21-01-2017

Il discorso di insediamento di Trump è stato breve, forte, chiaro nella sua semplicità, e rivolto soprattutto al popolo americano. Le implicazioni per l’Europa, nel campo della sicurezza e non solo, sono quindi intuibili solo per via indiretta, ma tra le righe sono leggibili. E sono importanti. Un primo elemento riguarda i rapporti tra il presidente da un lato, ed il sistema statunitense di checks and balances dall’altro, quest’ultimo incarnato anche da politici, funzionari e giudici – ed in senso lato da lobbisti, giornalisti, esperti, ecc – che rappresentano l’establishment. Se nella composizione della sua amministrazione Trump ha tutto sommato bilanciato outsiders ed insiders, inclusi navigati esponenti del Partito Repubblicano, il discorso di insediamento ha preso una direzione nettamente anti-establishment. Indicando la folla che affollava il mall e con alle spalle i vertici dei poteri statunitensi, Trump ha affermato che questo non è solo un passaggio di potere da un presidente ad un altro, da un partito all’altro: è un passaggio di potere “from Washingron D.C. to you, to the people of the US”. Accusando i “politici” e l’establishment della capitale di aver protetto i propri interessi mentre i lavoratori e le famiglie americane si impoverivano, ha promesso di ridare il controllo del governo e del Paese al popolo. Un’affermazione che in Europa potrebbe essere interpretata come populista, ma che negli Stati Uniti si richiama ad una radice profonda della costituzione, della politica e del sentire comune, quella del "government of the people, by the people, for the people” affermato da Lincoln in un momento fondante del Paese quale la Guerra Civile. Cosa implica questo per l’Europa? Che il pendolo del potere decisionale, in parte dipendente dal carisma del presidente stesso, sembra oscillare maggiormente verso Trump a danno dei membri della sua amministrazione, del Congresso, e degli altri contropoteri. Quanto questo avverrà davvero lo si vedrà però solo nella quotidiana attività di governo, passata la retorica di un momento speciale come la cerimonia di insediamento. Il secondo punto riguarda l’ormai famoso slogan “America First”, e soprattutto la sua declinazione economica. Qui la rottura con il quarto di secolo di amministrazioni sostanzialmente pro-libero commercio internazionale e pro-globalizzazione economica - da Bush senior a Obama passando per Clinton e Bush junior - non potrebbe essere più forte. Accusando il sistema attuale di aver arricchito e finanziato le imprese straniere a danno del popolo americano, Trump promette di riportare gli investimenti ed i posti di lavoro negli Stati Uniti, secondo non solo il principio “Buy American” ma anche “Hire American”. Non a caso, Trump promette di investire per far ricostruire le infrastrutture materiali del Paese da “mani americane e lavoratori americani”. Secondo il neopresidente, ogni decisione su commercio internazionale, immigrazione o affari esteri sarà presa con il fine di beneficiare e proteggere “i lavoratori e le famiglie americane”. Cosa implica questo per l’Europa? Oltre all’ovvio seppellimento del Transatlantic Trade Investment Partnership (TTIP), in verità già abbandonato dagli europei, un sostanziale dietrofront di ogni residuo sforzo multilaterale sul libero commercio, per tornare ad una logica bilaterale mercantilista e fortemente protezionista. Una svolta importante per l’Ue, che come blocco commerciale dovrà far valere il suo mercato interno da oltre 430 milioni di consumatori in ogni eventuale negoziato bilaterale. Un campanello d’allarme per la Gran Bretagna, e l’illusione che con la Brexit un Paese da 60 milioni di cittadini possa ottenere con Trump un accordo commerciale più favorevole di quello ottenibile dall’Ue stessa. Venendo al campo più strettamente della sicurezza e difesa, 2 sono i messaggi chiave del discorso di insediamento di Trump. Il primo è che “we do not seek to impose our way of life on anyone, but rather to let it shine as an example. We will shine for everyone to follow.” Un passaggio che potrebbe indicare una forte rottura con l’interventismo militare delle “guerre umanitarie” di Bill Clinton e della “guerra al terrorismo” di George W. Bush, ma che accentuerebbe tuttavia una tendenza verso il disimpegno dalle crisi nel mondo già iniziata da Obama, a partire dal Medio Oriente e Nord Africa. Un isolazionismo che si richiama ad un'altra radice profonda della politica americana, quella “Jeffersoniana” della luminosa “città sopra la collina” che evita di impelagarsi in dispendiose e pericolose campagne all’estero, puntando piuttosto sul suo esempio di società democratica e prospera per lasciare che gli altri decidano di seguirla. Cosa implicherebbe questo per l’Europa? Che il vuoto di leadership americana manifestatosi in varia misura negli ultimi anni nel vicinato dell’UE e della NATO, dalla Libia alla Siria, potrebbe accrescersi. Un vuoto che, in natura come nelle relazioni internazionali, tende ad essere riempito da altro, nella fattispecie dalle ambizioni russe, turche, saudite o iraniane. Starebbe quindi sempre più all’Europa decidere come interagire con le potenze non-occidentali più attive nel proprio vicinato, con chi allearsi e chi contrastare, quali equilibri cercare per proteggere la propria sicurezza ed i propri interessi – e se possibile i propri valori - il tutto potendo contare sempre meno sul punto di riferimento americano. E starebbe sempre più all’Europa riuscire ad essere unita, in ambito UE e NATO, oppure dividersi in varie politiche nazionali, ciascuna delle quali sempre più inefficace in un mondo multipolare in cui potenze regionali giocano una partita attiva allontanandosi dai valori occidentali non più difesi attivamente dall’America di Trump. Significa questo la fine dell’Occidente, e della sua organizzazione militare di riferimento – la NATO? No. Nel discorso di insediamento Trump ha promesso che gli Stati Uniti “rafforzeranno vecchie alleanze e ne formeranno di nuove”, una promessa in linea con l’affermazione “la Nato resta molto importante” fatta dal presidente nella recente intervista a Times e Bild. Il punto, ed il secondo messaggio chiave per quanto riguarda la politica di difesa, è che queste alleanze devono servire il principio “America First”, e per questo nel discorso di insediamento Trump ha affermato che gli Stati Uniti “smetteranno di sovvenzionare eserciti stranieri, lasciando deperire il nostro”, e di “proteggere i confini degli altri invece che i nostri”. L’annoso tema del burden sharing nella Nato sarà posto con forza molto maggiore che in passato, e la tenuta dell’alleanza atlantica dipenderà fondamentalmente dalla capacità degli europei di investire risorse nella difesa e provvedere attivamente alla propria sicurezza. In questo senso, Trump non sembra porsi a prescindere contro la NATO o la difesa europea: probabilmente, non gli importa se/come gli europei sapranno gestire le crisi nel loro vicinato, a patto che ciò non ricada sulle spalle americane. Anche questa idea alquanto semplicista dovrà essere sottoposta alla prova dei fatti, poiché la sicurezza di diversi alleati degli Stati Uniti è molto più connessa alla sicurezza e alla prosperità americana di quanto Trump dica. L’unico elemento di politica di difesa toccato fortemente ed esplicitamente da Trump è stato il “radical Islamic terrorism, which we will eradicate from the face of the Earth”. Come? Non è chiaro, a parte l’affermazione di voler unire il “mondo civilizzato” in questa lotta. Un’affermazione che lascia intendere come il nemico non sia solo lo Stato Islamico presente in stati arabi da cui Trump vuole disimpegnare gli USA, ma il terrorismo jihadista che è in grado di colpire anche le città americane. Un nemico quindi che, vista anche la contrarietà del neopresidente ad interventi militari su larga scala all’estero, non necessariamente sarà contrastato con una significativa presenza di truppe americane nei teatri di crisi. In sintesi, il discorso di insediamento conferma il mix di nazionalismo, isolazionismo e opportunismo con cui Trump ha vinto le elezioni, la dichiarata subordinazione della politica estera al benessere della middle e working class americana, ed una politica di sicurezza e difesa concentrata sulla lotta all’estremismo islamico. Una posizione che, forzando la metafora dell’America di Trump con l’Alberto Sordi del Marchese del Grillo, sembra dire al mondo: “perché io so’ io, e voi nun siete un c….”.

a cura di Alessandro Marrone
  1 2 3 4 5 6 7 8 Next >>