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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Attacco alla Siria: prime valutazioni

A 72 ore dall’attacco missilistico congiunto, effettuato da USA, Regno Unito e Francia ai danni delle strutture per la produzione e lo stoccaggio di armi chimiche presenti in Siria, emergono diversi dettagli, riguardanti numeri ed assetti impiegati.

anteprima logo RID La Yalta del Medio Oriente?

Oggi va in scena ad Ankara, tra imponenti misure di sicurezza, la riunione tripartita sull’attuazione degli accordi di Astana sulla Siria tra il Presidente turco Erdogan, il Presidente russo Putin e quello iraniano Rohani. In molti hanno già definito questo vertice come la Yalta del Medio Oriente. Probabilmente è un'esagerazione, di sicuro nella capitale turca si incontrano i 3 veri vincitori della guerra civile siriana che puntano, forse, a chiudere, o quanto meno, congelare, il conflitto, consolidando la spartizione della Siria in zone d'influenza, ed a contenere le mire americane nell'est e nel nord-est del Paese. Nei fatti, i 3 Presidenti si incontrano dopo la conquista di Ghouta da parte dei governativi che ha sancito la fine della quarta fase della guerra civile siriana. La prima, è stata quella degli albori e della protesta contro il regime di Assad. La seconda, durata dal 2012 al settembre 2015, è stata quella della "prima internazionalizzazione", con l'ingresso del Free Syrian Army nell'orbita della Fratellanza Musulmana siriana e della prima fase della guerra per procura tra Iran e Arabia Saudita. La terza è stata quella dell'intervento russo, che ha ribaltato le sorti del conflitto, e della conflittualità tra Turchia e Russia. La quarta, è quella iniziata il 9 agosto 2016, con il summit Putin-Erdogan ed il grande compromesso tra Ankara e Mosca, che ha portato nei fatti all'uscita di scena dell'Arabia Saudita, e che è terminata, appunto, con la conquista di Ghouta da parte di Assad. Il vertice di oggi, pertanto, servirà a gettare la besi per una nuova fase della guerra e, come accennato, anche a creare i presupposti per un cessate il fuoco più duraturo e localizzato in parti più ampie del territorio siriano. Il Presidente Putin era tuttavia giunto in Turchia già ieri per discutere della cooperazione bilaterale russo-turca e celebrare l'avvio dei lavori sulla prima centrale nucleare della Turchia, ad Akkuyu, nel sud del Paese, realizzata con l'assistenza dell'Agenzia russa per il nucleare Rosatom. In agenda anche la vendita del sistema superficie-aria S-400 TRIUMF - le cui consegne alla Turchia, come confermato dal Sottosegretario turco per le Industrie della Difesa, Ismail Demir, inizieranno nel luglio 2019 – ed un ulteriore approfondimento dei rapporti politico-militari tra i 2 Paesi.

anteprima logo RID “RAMOSCELLO DI ULIVO” entra nel vivo

Nel sesto giorno dell’Operazione “RAMOSCELLO DI ULIVO”, mentre continuano la pressione delle FA turche e delle milizie filo-turche dell’FSA contro le posizioni curde nel distretto di Afrin, ed il presidente Erdogan torna a minacciare un’offensiva contro la città di Manbij (città ad ovest dell’Eufrate nel cantone curdo di Hasakah/Kobane, dove sono schierate anche forze americane), le forze dell’YPG (Unità di Protezione Popolare, derivazione siriana del PKK) sembrano resistere all’assalto del Free Syrian Army, nella contestata zona attorno al monte Birsaya. Invariato l’obiettivo finale dell’offensiva: consolidare una zona cuscinetto di almeno 30 km all’interno del cantone di Afrin, per dare continuità territoriale con il confinante cantone di Azaz, sotto il controllo di Ankara sin dai tempi dell’Operazione “SCUDO DELL’EUFRATE” dell’agosto 2016. La recente dichiarazione del Pentagono, rilasciata il 13 gennaio, secondo la quale gli Stati Uniti vorrebbero creare una forza di sicurezza di frontiera siriana (Border Security Force, BSF) composta da 30.000 membri a maggioranza curdi, sarebbe il motivo che ha spinto la Turchia a intraprendere definitivamente l’operazione. L’insuccesso di Ankara nel tentare di convincere Washington a tornare sui propri passi, così come il rifiuto da parte del Cremlino di estromettere i curdi dai colloqui di pace di Sochi (previsti i prossimi 29 e 30 gennaio), avrebbero in questo modo dato al Governo turco il casus belli definitivo per lanciare l’attacco contro i suoi acerrimi nemici. Tuttavia, il fatto che la Russia abbia dato tacito assenso all’offensiva, ritirando preventivamente le sue forze di terra per evitare un coinvolgimento diretto (pur mantenendo il controllo totale dello spazio aereo su Afrin), potrebbe far pensare ad un accordo non ufficiale siglato tra Ankara e Mosca di cui parleremo dopo. Nel frattempo, lo scontro si fa acceso anche sul piano politico e diplomatico, dacché la mossa del Presidente turco non ha trovato sostegno nella comunità internazionale (a eccezione del Qatar). La riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, convocato lunedì scorso su iniziativa francese, si è risolta con un nulla di fatto. La mossa di Erdogan rischierebbe, insomma, di compromettere i piani post-bellici orchestrati da Iran, Russia e Siria nella cornice degli “Astana Talks”. Tornando alla Russia, un’altra ipotesi è quella che il Cremlino abbia deciso di “scaricare” definitivamente i curdi, lasciando così mano libera alla Turchia nella sua lotta contro l’YPG nel cantone di Afrin. L’offensiva turca, infatti, può essere letta anche tenendo in considerazione la parallela operazione del regime siriano a Idlib, volta a eliminare la presenza dei jihadisti di Tahrir al-Sham (ex al-Nusra). Nelle ultime ore, i governativi del Syrian Arab Army (SAA) e delle National Defence Forces (NDF), hanno consolidato la loro posizione presso la base aerea di Abu Al-Duhur, conquistando l’omonima città e i villaggi di Al-Khifa e Jafr. Così facendo, le forze del regime sarebbero riuscite a mettere al riparo l’importante base da qualsiasi contrattacco dei ribelli. L’Operazione “RAMOSCELLO DI ULIVO” potrebbe beneficiare del riposizionamento delle milizie ribelli filo-turche operanti ora su Idlib verso Afrin, sotto la tutela diretta di Ankara, mentre Tahrir al-Sham rimarrebbe isolata (e intrappolata) a Idlib. Un film già visto ai tempi della battaglia di Aleppo...

anteprima logo RID Sinai sotto attacco

È di oltre 230 morti il bilancio dell'attacco terroristico avvenuto stamattina contro una moschea di Bir al-Abed, a ovest della città di El Arish, nel Nord Sinai, in Egitto. Il bilancio potrebbe crescere ancora, mentre sulla dinamica sembra chiaro che i terroristi abbiano fatto esplodere degli ordigni sul luogo di culto per poi sparare sui fedeli in fuga e sulle prime ambulanze che stavano accorrendo. L’azione non è ancora stata rivendicata, ma gli occhi sono tutti puntati sul Wilayat Sinai, la Provincia del Sinai, ovvero la diramazione locale dello Stato Islamico (in precedenza nota come Ansar Beit Al Maqdis). La Moschea pare infatti fosse frequentata da beduini della tribù Sawarka, una delle più importanti del nord del Sinai che dallo scorso maggio, assieme ai potenti Tarabin, si era rivoltata contro la presenza di ISIS nella zona iniziando a collaborare con le forze di sicurezza egiziane. Fino ad allora tra tribù beduini e ISIS c’era stata una sorta di non belligeranza, se non una vera e propria commistione in alcuni casi. Un patto che alla fine si è rotto perché l’ISI aveva avuto l’ardire di interferire con i contrabbandi in cui da sempre sono coinvolte le tribù della zona, a cominciare dal traffico di sigarette. I beduini del Sinai sono organizzati in tribù, le maggiori delle quali sono la Sawarka e la Tarabin nel nord e la Muszeina a sud, che tradizionalmente sono state tenute ai margini della società egiziana non potendo accedere alle cariche pubbliche e restando fuori dallo sviluppo economico dell'area. Una situazione situazione che ha causato la crescita esponenziale del malcontento e la creazione di un’unità d’intenti tra tribù beduine e quei gruppi salafiti che, storicamente, hanno in Egitto la propria culla ideologica e che nella regione del Sinai hanno trovato rifugio. Solo negli ultimi anni del “regno” di Mubarak, e dopo la stagione degli attentati ai resort turistici di Sharm, si era riusciti a trovare un equilibrio, grazie al sostegno dato dal Governo ad importanti leader tribali che aveva calmierato le rivendicazioni beduine, e l’intesa tra beduini e gruppi salafiti era venuta meno, comportando una sostanziale stabilizzazione della situazione nella Penisola. Con lo scoppio della cosiddetta Primavera Araba, la caduta di Mubarak e la successione di Morsi e Al Sissi, gli accordi di cui sopra sono venuti meno e la situazione è di nuovo precipitata, aggravata per di più dall'affermazione di ISIS che ha potuto reclutare nuovi adepti tra le centinaia di persone (tra questi anche adepti della Fratellanza Musulmana riciclatisi nei movimenti jihadisti) liberate dalle carceri egiziane nei giorni della fine del regime di Mubarak. In pochi anni, pertanto, il Sinai si è trasformato di nuovo in un crocevia di attività illegali e terroristiche, cosa che ha costretto l'Egitto a schierare nella Penisola un contingente dell'Esercito, in deroga agli accordi di Camp David, grazie al consenso di Israele, presso El Arish, a 50 km dalla Striscia di Gaza, dove è stato spostato anche il comando operativo del Second Field Army, la componente dell’Esercito che insieme al Third Field Army (il cui comando operativo è ora stato spostato nel villaggio di Nekhel, nella regione centrale del Sinai), è responsabile per la sicurezza della Penisola. Negli ultimi mesi, grazie anche al supporto delle tribù beduine, le forze di sicurezza egiziane sembravano però aver inferto duri colpi al Wilayat ottenendo anche importanti risultati sul campo come l’uccisione di diversi leader e quadri del movimento. Fino all’attacco di oggi, che ha tutta l’aria di essere un avvertimento firmato col sangue per chi collabora con il Generale Al Sissi.

anteprima logo RID Già finita la battaglia di Kirkuk

In poche ore le Forze irachene hanno conquistato, senza praticamente incontrare resistenza, Kirkuk occupandone tutti gli obbiettivi e i siti strategici. Un esito clamoroso dovuto soprattutto a 2 fattori. Il primo, e più evidente, ha a che fare con le tradizionali divisioni tra i 2 principali partiti del Kurdistan iracheno, il PDK di Massud Mbarzani ed il PUK di Jalal Talabani, morto 2 settimane fa per le complicanze dell’ictus che lo aveva colpito, che già a metà anni novanta avevano combattuto una feroce guerra civile costata la vita a migliaia di persone. In particolare, i Peshmerga del PUK, forti soprattutto nelle aree orientali del Kurdistan iracheno, Kirkuk compresa, avrebbero lasciato il campo alle avanzanti Forze irachene non opponendo nessuna resistenza. Del resto, il PUK del clan filo-iraniano Talabani è sempre stato piuttosto freddino sul referendum, voluto principalmente da Barzani, e si sarebbe messo d’accordo con Baghdad per consentire il “ridispiegamento” delle truppe irachene nella strategica città. Si narra, a tal proposito, di una recente visita nel Kurdistan iracheno del Generale Suleimani, Capo della Forza Quods dei Pasdaran, che, oltre a pregare sulla tomba del vecchio Jalal, ha incontrato i figli, a cominciare da Pavel, uomo forte dell’apparato d’intelligence del PUK, per assicurarsene la neutralità e la collaborazione nella futura amministrazione della città di Kirkuk facilitando, appunto, la...”desistenza” del PUK. Il secondo motivo è il sostanziale isolamento internazionale di Barzani. Il referendum per l'indipendenza del Kurdistan ha suscitato una vasta opposizione in tutta la comunità internazionale, a cominciare dai 2 grandi sponsor internazionali di Barzani: Ankara e Washington. Addirittura, la prima ha accusato il vecchio capo del PDK di tradimento mettendosi d’accordo con Iran e Iraq per strangolare il KRG. Alla fine, pertanto, la battaglia di Kirkuk non si è neanche combattuta.

anteprima logo RID Inizia la battaglia di Kirkuk. Update.

Le più fosche previsioni sembra si stiano avverando. Come reso noto dal Consiglio di Sicurezza del Governo Regionale Curdo (KRG, Kurdistan Regional Governement), truppe irachene appoggiate da unità delle Forze di Mobilitazione Popolare (FMP) filo-iraniane hanno attaccato postazioni dei Peshmerga curdi nell'area di Kirkuk. Gli obbiettivi al momento sembrano essere le installazioni petrolifere, la base aerea K1 e l'aeroporto della città, tutte installazioni strategiche di cui il Governo di Baghdad da tempo chiede la restituzione al KRG. Il Consiglio di Sicurezza del KRG ha anche reso noto la distruzione di 5 veicoli tattici leggeri HUMVEE da parte dei Peshmerga, mentre la TV di Stato di Baghdad ha annunciato che le Forze irachene hanno preso il controllo di alcuni obbiettivi dopo il ritiro dei Peshemrga che li difendevano. Il Governo iracheno, con alcuni tweet, sembra tuttavia gettare acqua sul fuoco e parla di "cooperazione" con i Peshmerga e di ordini alle Forze irachene per evitare "confronti militari". Baghdad sembrerebbe, pertanto, intenzionata a riprendere gli obbiettivi “federali” cercando il più possibile di evitare scontri su larga scala con i Peshmerga, ben armati e agguerriti, e, soprattutto, ri/addestrati negli ultimi anni da istruttori occidentali, italiani compresi, nell’ambito del Kurdistan Training Coordination Center (KTCC). Al momento è tuttavia impossibile fare un quadro preciso della situazione sul campo, salvo che su Kirkuk si sta giocando una partita fondamentale per il futuro dell'Iraq. Kirkuk, che la Costituzione del 2005 pone al di fuori dei confini del KRG, ma che i Peshmerga hanno conquistato e difeso dall’ISIS nel 2014, è ricchissima di petrolio, con una produzione di circa 500.000 barili al giorno ed il più grande giacimento del Paese, ed è fondamentale per la stabilità e l'autonomia del Kurdistan. La città, inoltre, è abitata da componenti etno-religiose diverse - curda, araba, turkmena e assira – una parte delle quali chiaramente ostile all'indipendenza e, dunque, all'annessione anche formale al Kurdistan iracheno. Per Baghdad, Kirkuk rappresenta una questione su cui si gioca la propria credibilità come (nuovo) stato unitario, capace di superare la logica settaria in cui è precipitato a partire dal 2009-2010 con il Governo di Nuri Al Maliki. La stessa logica che aveva portato all'affermazione ed al consolidamento su larga scala dello Stato Islamico.

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