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Argomento Selezionato: Geopolitica
anteprima logo RID Gli USA contro l'Iran: una scelta di campo

Mancava solo l'ufficialità, che è giunta ieri alle 20:00 ora italiana. Il Presidente Trump ha deciso di far uscire l'America dal Trattato con l'Iran sul programma nucleare e di reintrodurre, vedremo poi in che modo, il regime delle sanzioni. Una decisione importante, che fa seguito a quanto promesso in campagna elettorale, che fa contenti i falchi dell'Amministrazione, e, soprattutto, Israeliani e Sauditi, che da mesi premevano su Trump per farlo recedere dall'accordo, ma che scontenta gli alleati europei, a cominciare dall'Italia. Una decisione, poi, che pone la grande questione della credibilità dell’America rispetto al mantenimento di impegni sottoscritti e che potrebbe avere significative ripercussioni pure in futuro ed in altri scacchieri geopolitici. Ma andiamo per gradi. Questa Amministrazione ha fatto una scelta di campo precisa. Si è schierata con Sauditi ed Israeliani – ormai praticamente alleati – per arrestare la crescita dell'influenza iraniana in Medio Oriente avvenuta attraverso la guerra civile siriana, ma, prima ancora, non dimentichiamolo, per effetto della rimozione di Saddam e della disgregazione dell’Iraq sunnita volute dagli stessi Americani nel 2003. L'uscita dall'accordo, pertanto, potrebbe segnalare l'intenzione americana di passare dalla fase di contenimento passivo dell'Iran alla fase di contenimento attivo e, forse, di “roll back”, ovvero di recupero di "porzioni" di influenza entro il perimetro sciita progressivamente allargato da Teheran negli ultimi anni con una pragmatica strategia indiretta. Di sicuro, la decisione di Trump rafforza la fazione radicale del regime iraniano, che da mesi preme sulla Guida Suprema per reagire ai continui attacchi israeliani in Siria, a discapito della componente riformista, alle prese con una grave crisi economica interna che le nuove sanzioni non farebbero altro che inasprire. E poi ci sono le conseguenze sui rapporti transatlantici. Dopo gli accordi sul clima, le tensioni sui dazi e le politiche commerciali, gli USA si distanziano ancora una volta in maniera radicale dall'Europa che, nella fattispecie, marcia all'unisono affermando di voler continuare a rispettare l’accordo con l’Iran e rivendicandone funzionamento e benefici. Una differenza di vedute evidente che dimostra come gli Stati Uniti siano disponibili a far scivolare in secondo piano il rapporto transatlantico quando sono in gioco interessi ritenuti di loro primaria, ed esclusiva, rilevanza. Del resto, la nuova National Security Strategy di Trump è stata chiara su questo, così come nel sottolineare il mutamento dello scenario internazionale verso una nuova era di competizione tra potenze. Certo, le potenze "ostili" sono identificate nel documento con Cina e Russia, ma a leggere fra le righe si può scorgere un velato accenno anche all'Europa - in termini di competizione economico-industriale - rispetto alla quale gli USA hanno perso per effetto della Brexit il loro tradizionale strumento di influenza/interferenza, leggi il Regno Unito. La battaglia sulla vendita dell'F-35 alla Germania, combattuta a viso aperto pure nell'ultimo salone ILA berlinese, è lì a dimostrarlo. Infine, non meno importante, il piano delle conseguenze sull'Italia. Roma e Teheran sono legate da solidi rapporti commerciali, mai interrottisi, neanche negli anni più bui del khomeinismo, e che con la parziale rimozione del regime sanzionatorio erano di nuovo sbocciati, in diversi settori: da quello energetico, a quello delle infrastrutture. La decisione di Trump li pregiudica nuovamente.

anteprima logo RID NATO/UE e Medio Oriente

In Medio Oriente così come in Africa, gli Stati Uniti ed i maggiori Paesi europei sembrano muoversi su base sempre più unilaterale o tramite coalizioni ad hoc, come evidenziato dal recente attacco missilistico contro i siti siriani. Questa trend risponde in primo luogo all’approccio dell’amministrazione Trump, scettico rispetto ai framework multilaterali e molto deciso a promuovere gli interessi nazionali americani in un’ottica semplicistica e di breve periodo. Ma è anche in linea con le tendenze centrifughe all’interno dell’UE, in primo luogo la Brexit, e all’interno della NATO, con la posizione della Turchia che si fa sempre più problematica e divergente rispetto all’Occidente per i cambiamenti avvenuti, ed in corso, nel quadro politico interno. La tendenza all’unilateralismo e alle coalizioni ad hoc di breve respiro non sembra però pagare nel medio-lungo periodo. Come notato da diversi osservatori, lo strike missilistico in Siria ha sì ribadito che la “linea rossa” tracciata dall’Occidente sul non uso delle armi chimiche deve essere rispettata, ma non sembra rispondere ad una strategia in grado di stabilizzare o almeno contenere la crisi siriana e regionale. Gli Stati Uniti continuano ad oscillare tra impegno e disimpegno militare, con poca inflUEnza diplomatica rispetto agli attori regionali che giocano una partita sempre più autonoma da Washington. Dal canto loro, i singoli Paesi europei, muovendosi in modo non abbastanza coordiNATO, hanno ben poca leva da un lato con Washington, e dall’altro con Russia, Turchia, Iran e Arabia Saudita, che sostengono in modo sempre più spregiudicato le fazioni a loro vicine nel conflitto siriano e in generale nel quadrante mediorientale. Guardando all’Africa, la situazione non è molto migliore del Levante. La realtà in Libia rimane frammentata tra i diversi centri di potere in competizione tra loro, con una conflittualità latente e ampio margine di manovra per attori criminali e terroristici. Inoltre, gli sforzi dei Paesi europei non sono sembrati coordinati neanche in Paesi dove le condizioni locali sembrano meno sfavorevoli. Infatti, in Niger sono sorti ostacoli inattesi alla missione italiana decisa lo scorso dicembre e lasciata poi in stand-by, con più di un punto interrogativo sulla posizione della Francia al riguardo. In Tunisia l’aumento dell’impegno dell’Italia a sostegno delle forze armate e di sicurezza locali, nel quadro del partenariato tra il Paese e la NATO, vive una gestione complicata con – di nuovo – inattese resistenze locali. Il flusso migratorio attraverso il Sahel ed il Nord Africa verso l’Italia ha rallentato nel 2017 e nel 2018, anche grazie alle misure messe in campo dall’Italia nell’ultimo anno e mezzo rispetto a Guardia Costiera libica e ruolo delle ONG, ma rimangono significativi e con un altro rischio di aumenti repentini se dovesse cambiare la posizione di alcuni attori locali in Libia e nella regione. In qUEsto contesto, è quanto mai opportuno interrogarsi su come l’Europa, il nord America e la Turchia possono mettere a sistema, o almeno de-confliggere, gli approcci nazionali verso Nord Africa, Sahel, e Medio Oriente per contribuire alla stabilizzazione delle regioni che circondano i Paesi UE e/o NATO. Un recente seminario organizzato da IAI e NATO Defence College, in partnership con Elettronica e Rivista Italiana Difesa, ha affrontato la tematica guardando anche a cosa l’Alleanza Atlantica e l’Unione Europea, ovvero i 2 principali framework internazionali dell’Occidente che condividono ben 21 Paesi membri, possono fare al riguardo. Diversi sono i livelli di intervento. I conflitti in Medio Oriente e Africa vedono infatti almeno 3 piani interconnessi tra loro. C’è qUEllo locale, per cui diversi attori si scontrano per difendere e/o perseguire interessi e obiettivi essenzialmente legati al territorio in cui si trovano, come è il caso delle varie fazioni libiche, yemenite o siriane. C’è il livello regionale, con diversi stati della regione che sostengono o contrastano gli attori di un determiNATO conflitto in base sia ad interessi nazionali diretti – come è il Kurdistan per Ankara – e sia ad interessi regionali più ampi, relativi in primo luogo alla competizione per l’egemonia nella regione – ad esempio tra Iran e Arabia Saudita, ma anche all’interno dei Paesi del Golfo. E vi è il livello globale, con potenze esterne che intervengono non tanto per un interesse diretto nella regione, quanto per posizionarsi rispetto ad altre potenze globali e trarre vantaggio su altri dossier o scacchieri regionali attraverso contropartite politico-diplomatiche – è questo il caso in primis della Russia. Una strategia efficace da parte occidentale non può non considerare tutti e 3 i livelli in un approccio integrato. Approccio che, come proposto anche dall’UE, implica la combinazione di strumenti diplomatici, militari ed economici. Al livello locale, sono certamente importanti le attività di costruzione delle capacità delle forze armate e di sicurezza locali – il cosiddetto security and defence capacity building – per metterle nelle condizioni di controllare il proprio territorio e confini, di contrastare le attività criminali e terroristiche, ed in generale di costituire un elemento di stabilizzazione dell’autorità statuale. Ciò vale tanto per Paesi ancora relativamente stabili che vanno aiutati a non cedere all’instabilità, come Tunisia e Giordania, quanto per realtà in cui una forma di autorità statuale va ricostruita, come la Libia. Il capacity building comprende prolungate e articolate attività di formazione, training, mentoring, nonché fornitura di equipaggiamenti e loro manutenzione nel tempo, e assistenza dal livello tattico a qUEllo operativo e strategico quanto a pianificazione, struttura di comando e controllo, governance delle forze armate, ecc. In altre parole, si tratta di una vera e propria partnership di medio-lungo periodo, che implica una interazione costante e, se ben gestita, un’inflUEnza indiretta ma duratura nei confronti del Paese partner. Nei casi in cui una prospettiva di adesione a NATO ed UE non è né possibile né auspicabile – ovvero in tutta la regione mediterranea ad eccezione dei Balcani occidentali, e ovviamente in Africa e Medio Oriente – questa partnership è ancora più importante perché rappresenta uno dei pochi – e principali – ancoraggi di lungo periodo dei Paesi partner dell’Occidente in termini militari. Vista in tale ottica, evidentemente l’attività di security and defence capacity building ha una valenza non solo tecnica ma anche politica, non solo tattica ma anche strategica. In tal senso, si connette a tutti e 3 i suddetti livelli di conflittualità, ovvero locali, regionale e globale. Il capacity building con un focus esclusivamente locale, sconnesso cioè da una strategia a livello regionale e globale, è nel migliore dei casi poco efficace ed efficiente, e nel peggiore controproducente e potenzialmente dannoso. Occorre infatti chiarire a monte a chi è rivolta questa partnership, per quale fine, in relazione a quali altri misure – ad esempio di rassicurazione o al contrario di sanzione – verso gli attori non coinvolti nel capacity building. E occorre inoltre coordinare gli sforzi fatti su base nazionale dagli Stati Uniti e dai principali Paesi UE, in primis Francia, Gran Bretagna e Italia, affinché rispondano ad una strategia complessiva condivisa e non portino al tragico paradosso di attori locali che si combattono sul terreno sostenuti dall’esterno da Paesi in teoria alleati tra loro – come avvenuto ad esempio in Libia. Infine, proprio perché peartnership e defence capacity building sono qualcosa di lungo periodo, è necessario commisurare ambizioni e risorse, evitando da un lato di sprecare i limitati mezzi a disposizione, e dall’altro di illudersi quanto a progressi rapidi e successivi disimpegni – una lezione duramente appresa in Afghanistan e che non va dimenticata guardando agli errori commessi in Iraq e Siria. In questo quadro, la NATO potrebbe e dovrebbe giocare un ruolo importante al riguardo, sia a livello tecnico operativo per il suo indubbio expertise quanto a defence capacity building – comprensivo di lessons learned e best practices - sia a livello politico strategico in quanto unico framework multilaterale cui partecipano Stati Uniti, Gran Bretagna, Paesi UE e Turchia. Un ruolo importante potrebbe essere giocato anche dall’UE, grazie agli assetti di security capacity building, alle risorse economiche a supporto della sua proiezione esterna, e al framework istituzionale per coordinare la politica estera e di difesa degli stati membri. E vista la complementarietà e parziale sovrapposizione di assetti e stati membri, una maggiore cooperazione tra Alleanza e Unione non è solo utile ma necessaria, specie di fronte alla suddetta ridotta influenza dell’Occidente rispetto agli attori regionale ed extra-regionali. Se è vero che l’instabilità in Africa e Medio Oriente rappresenta una minaccia per la sicurezza e gli interessi nazionali degli Stati europei, ma in una certa misura anche di quelli nordamericani, è solo connettendo gli approcci nazionali con gli approcci multilaterali che si può sperare di contribuire alla stabilizzazione della regione.

anteprima logo RID La situazione ad Afrin e Ghouta Est

Caduta Afrin, le Forze Armate turche e i loro alleati del Free Syrian Army (FSA) si preparano a ripulire le ultime sacche di resistenza nel cantone curdo. Anche la situazione nella Ghouta Orientale ha conosciuto, nell'ultima settimana, decisivi sviluppi.

anteprima logo RID Afrin e Ghouta Est: il punto sulla Siria

Cresce la tensione in Siria, dopo che nelle ultime ore le truppe governative sono entrate ad Afrin, l’enclave curda in territorio siriano, oggetto dell'Operazione RAMOSCELLO DI ULIVO portata avanti dalla Turchia dallo scorso 20 gennaio. Per il momento, i caccia turchi hanno provveduto a sbarrare la strada verso Afrin ai governativi, bombardando le principali vie di comunicazione (specie nel valico di Ziyara, a sud-est del cantone).

anteprima logo RID Medio Oriente: la lenta marcia della Russia

Due giorni fa, gli archeologi hanno scoperto nel tempio di Amenhotep III altre 27 statue di Sekhmet, la dea della guerra dell’antico Egitto.

anteprima logo RID Guerra d'influenza in Somalia

La posizione geografica privilegiata, a ridosso della Penisola Arabica e ponte ideale tra l’Oceano Indiano e il Canale di Suez, le inesplorate risorse del sottosuolo e la collocazione storico-culturale hanno tradizionalmente reso il Corno d’Africa un’area di influenza molto ambita dai Paesi del Medio Oriente. Fino alla fine degli anni 90 la competizione geopolitica principale opponeva l’Iran, desideroso di differenziare la propria rete di alleanze per ovviare all’isolamento imposto dagli Stati Uniti e dalle monarchie sunnite del Golfo Persico, e l’Arabia Saudita, decisa a ostacolare la proiezione di influenza di Teheran e stabilire la propria primazia politica, economica e culturale sul mondo sunnita. Tuttavia, a partire dagli anni 2000, anche Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno avviato una graduale opera di penetrazione nella regione, cercando di cogliere le opportunità offerte da Paesi quali Eritrea, Gibuti e Somalia. Tale processo ha conosciuto una significativa accelerazione a partire dal 2011, quando il rapido susseguirsi delle “Primavere Arabe”, lo scoppio della guerra civile yemenita e la crescente conflittualità tra Arabia Saudita e Qatar hanno trasformato il Corno d’Africa in uno dei tanti scenari di confronto, sia simmetrico che asimmetrico, tra Monarchie del Golfo, Iran e Turchia. Proprio il conflitto interno a Sanaa, che ha assunto consistenti tratti di una guerra per procura tra Teheran, sponsor dei ribelli Houthi, e Riyadh, sostenitrice del Presidente Hadi, e le tensioni tra Arabia Saudita e Qatar sono state alle base dell’aumento delle attività politiche e militari delle Monarchie del Golfo nella regione. Infatti, nel contesto dell’intervento militare della coalizione a guida saudita in Yemen (missioni DECISIVE STORM e RESTORING HOPE, di cui sono parte, tra gli altri, anche gli EAU, il Sudan, l’Egitto e, fino al 2017, il Qatar), il Corno d’Africa è diventato una testa di ponte fondamentale per la conduzione di missioni aeree e navali contro i ribelli yemeniti e, soprattutto, per tagliare loro i rifornimenti iraniani via mare. Sotto questo profilo, l’attore più dinamico risultano essere gli Emirati che, a partire dal 2015, hanno rafforzato massicciamente la propria presenza in Eritrea e Somaliland (l’allora Somalia britannica), Stato auto-dichiaratosi indipendente da Mogadiscio nel 1991.

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